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Racconti

Poesie e Racconti

ANTOLOGIA VIRTUALE DI STORIE, RACCONTI, AVVENTURE, ANEDDOTI SU BIKES & BIKERS
Livio Buonannobiker scrittore nato il 17/2/80 a Napoli ci ha mandato questo racconto tramite il comune amico Angelo Coscia

E se i cristiani fossero stati un MC?
Ogni riferimento a persone, fatti, risse o miracoli realmente accaduti è puramente casuale.Spero che un giorno non bussi alla porta un Arcangelo di nome Gabriele e mi chieda i diritti d’autore da parte del Presidente dell’MC.PremessaAll’inizio era il nulla, poi furono i Black Colors…i casini arrivarono poco dopo.La GenesiEra la notte dei tempi e Dio dopo un periodo non definibile di nulla assoluto disse “E’ mai possibile che nessuno organizza mai nulla?” infatti era il nulla ma proprio il nulla assoluto, così in cinque giorni organizzo un party inaugurando il suo MC e in quei cinque giorni si mise a creare; per prima cosa creò la luce, perché festeggiare al buio era un po’ complicato e si rischiava di salutare quattro o cinque volte la stessa persona o di sbagliare tenda nei momenti meno opportuni, poi resosi conto che le feste e i raduni sarebbero continuati anche di notte creò i gruppi elettrogeni ma dato che era stanco non si impegno molto così che questi ultimi saltavano ogni cinque minuti costringendo alcuni organizzatori a chiamarlo spesso. Nei giorni successivi creò i pezzi delle moto, tanto assemblarle era inutile venivano matematicamente smontate e ricostruite, poi fu la volta degli alcolici e della la birra, ma per un errore non riuscì a controllarsi con quest’ultima che divenne un fiume, allora Dio disse “Vabbè sul volantino scrivo Birra a Fiumi tanto sicuro qualcuno se la beve”.Seguirono nell’ordine gli strumenti musicali e le casse, anche queste ultime però ebbero qualche problema infatti fischiavano sempre e come sempre tutti chiamavano Dio per farle smettere.Poi fu la volta dei Black Colors dei Cristiani MC che, infondo, erano abbastanza semplici scritte in oro con sfondo di pura luce, al centro si stagliava un triangolo, divennero subito membri effettivi in tre ma i prospect ne incontravano sempre uno.Al inizio del sesto giorno il Signore inizio organizzare i turni di lavoro e i compiti che prospect dovevano occupare creando tutto il necessario ed a quel punto nacque un problema…non c’erano membri erano in tre gli effettivi ma infondo lavorava sempre uno. Così dio disse “Ormai è tardi forse faccio in tempo a crearne almeno uno” e dato che come già detto il tempo mancava prese del fango dal parcheggio delle moto e disse “Se si lamenta rimane prospect a vita!”, che in antica lingua voleva dire “Vediamo di muoverci”, e creò Adamo il quale appena sveglio disse “Bhè? E ora che dovrei fare tutto io? Potevi organizzare qualcosa di meglio!” e il Signore felice della sua creazione prese una roncola e lo roncolò.Così venne il giorno della festa e Dio in fretta e furia creò la security che non gli riusci male a parte il fatto che erano tutti enormi.Alla festa intervennero i Maomettani MC, i Buddisti MC e tutti gli MC delle religioni. Quando fu tardi e la gente inizio a stancarsi della musica il Signore disse “Adamo vieni un attimo con me che devo creare la spogliarellista” che in antica lingua voleva dire “Adamo dato che sono soddisfatto di te ti creerò una compagna” e Adamo ci rimise una costola creando il detto “Donne & motori gioie e dolori” ma non si capì mai quale delle due erano gioie e quali i dolori, ed alla fine della festa Adamo prese l’autostrada verso Eden con il suo chopper ed con Eva che diceva “La sella è scomoda, non correre, guarda che ora abbiamo fatto, mica hai intenzione di fare questo anche sabato prossimo…”che in antica lingua voleva dire “Amore come sono contenta di stare in moto con te”.Uomini e donne non si capirono mai beneQuando finalmente arrivarono all’Eden trovarono un cartello di ferro vicino il gardreln che diceva “Qui potete fare tutto, in pratica è un paradiso…ma non toccate le mele” due Km dopo c’era un ristorante ma dato che era risaputo che i biker non hanno mai un soldo Adamo non si fermò guadagnandoci una lunga chiacchierata con Eva ed un mal di testa.Arrivati all’Eden Eva disse “Ho fame” e Adamo rispose “Aspè organizzo la braciata che voglio invitare degli amici” ed Eva aspettando si appoggio ad un albero dal quale uscì un serpente dicendo “ma se siete i soli qui nell’Eden mi spieghi che organizzate a fare una braciata?” ed Eva inizio l’ennesima chiacchierata con Adamo al quale aumento il mal di testa e infine ripose “Ok niente brace! Mangia quello che vuoi basta che stai zitta!!!” che in antica lingua voleva dire “non mi sento molto bene” ed Eva si girò verso il serpente e disse “Mo sta a vedere che devo cucinare” ed il serpente rispose “ci sono sempre le mele” ed Eva mangiò il frutto proibito. In quel momento Adamo che non l’aveva vista perché si trovava lontano per cercare un erba rilassante che aveva cinque punte, , disse “E vedi di farmi magiare qualcosa anche a me” ed Eva gli passo la mela ed Adamo le chiese “Cos’è?” ed Eva rispose “La mela” ma Adamo, che ormai stava fumando una sigaretta di quelle che rilassano il mal di testa, non sentì e mangiò il frutto proibito. Ed ecco giunse il Signore in gilè di pelle nero con i colori dell’MC sulla sua Harley bobberizzata e full optional dicendo “Adamo! prospect ti faccio rimanere!” che in antica lingua voleva dire “Adamo!Hai tradito la mia fiducia!” il Signore continuò dicendo “Uomo per questo girerai su una moto che vibra e perde i pezzi che costano un capitale e per avere i colori ci impiegherai una vita e tu donna andrai con lui su un sellino duro come il marmo…” guardo la mano di Adamo che reggeva la sigaretta e continuò “e tu sarai definita illegale” nel frattempo il serpente si stava allontanando ma fu schiacciato dalla ruota dell’Harley mentre faceva manovra ed il Signore guardo a terra e disse “Vabbè, tu farai questa fine anche sulla terra”.Ed Adamo ed Eva abbandonarono l’Eden ritrovandosi in tenda sull’Autostrada con Eva che chiacchierava e chiacchierava…e dopo circa 38 raduni nacquero Caino e Abele ma Adamo si era già accorto che Eva era in soprappeso evitando accuratamente di dirglielo per evitare di chiacchierare.Caino e Abele condivisero per un lungo periodo la tenda ma avevano gusti troppo diversi:Abele girava su un semirigido basso e lungo con qualsiasi tipo di tempo, vestiva di pelle, borchie e stivali, bevendo birra e portando sempre il gilè con le toppe di prospect MC.Caino girava su una moto da corsa preparata da competizione restando a casa con la pioggia, vestiva con completi classici tinta unica e mocassini bevendo coca-cola, il gilè non lo aveva ancora comprato e le toppe di prospect erano in un cassetto da qualche parte.Un giorno Caino torno a casa trovando il fratello ubriaco sdraiato sotto un tavolo e preso dal ira disse “Maledetto ubriacone! E gli smantello una sedia sulla testa uccidendolo” accortosi di ciò che aveva fatto disse “forse lo posso far passare per suicidio” ma in quel una luce investi Caino ed un bobber in salotto, il Signore toltosi gli occhiali su cui erano spiaccicati i moscerini disse “Abbè, spero che hai messo da parte un po’ di birra per me che sono il presidente altrimenti ti faccio fare la fine di tuo padre!” che in antica lingua voleva dire “Buongiorno” e voltatosi disse “Caino che hai fatto?!?” Apri il frigo e continuò “Caino per questo tu verrai ricercato da tutto l’MC e quando ti prenderanno sarà peggio per te…” e mentre diceva questo bussarono alla porta, Caino apri ed era un delegato dell’assiciazione Nessuno tocchi Caino che portava una citazione per il presidente dell’MC.Così Caino fu lasciato stare conobbe sua moglie e si stressò con il lavoro morendo di infarto.





Angelo Coscia
biker scrittore e poeta di Salerno, socio del Motoclub" I Grifoni dell'Etna" ci ha mandato questo brano tratto dal suo diario "relazioni". Ha pubblicato con l'editrice Montedit nel luglio del 2001 un breve romanzo "Olivier" di cui puoi leggere prefazione e incipit.

Jasmine e la fortunadi avere una custom...
Ci misi una settimana a metter su un po' di grana, e come ebbi una sera libera dopo aver comprato una bottiglia del solito bourbon mi andai ad appostare sotto il portone di quella incantevole creatura. Avevo una gran voglia di.Attesi solo mezzora per stappare la bottiglia il pretesto era quello di brindare al mio coraggio. Si il coraggio di stare lì ad aspettare una prostituta. Tre ore dopo la vidi uscire dal portone a vetri, di cui conoscevo ogni più piccola incrinatura, anche il citofono di quel palazzo non aveva più segreti. Quando le fui davanti non sapevo cosa dire: ero indeciso se mostrarle i soldi senza dir nulla o parlare senza far vedere i soldi. Fu lei a togliermi dall'imbarazzo perché come mi vide mi salto in braccio e mi bacio, mi disse che sapeva che prima o poi sarei andato a cercarla poi mi invitò a seguirla. Ero sotto braccio alla più splendida creatura che avessi mai incontrato, ero cosi preso che solo a qualche isolato di distanza mi ricordai che io ero andato ad aspettarla in moto. Tornammo indietro misi in moto e la invitai a salire, non fece alcun problema salì senza farmi fare il minimo sobbalzo,( chi va in moto sa che si prova quando una donna sale senza farci tremare) si strinse a me e con una mano mi tocco la patta dei pantaloni(casualmente !), poi mi chiese se ero in tiro da quella sera o era un mio modo per farle un complimento. Si sistemò per benino poi mi disse che avevamo due ore tutte per noi prima di andare a quell'appuntamento quindi potevamo andare dove volevamo. ingranai la marcia e partii. È bello andare in moto con la donna che ti piace, ero in paradiso. La guardavo dallo specchietto ,e più procedevamo più mi rendevo conto dai suoi sguardi di non essere l'unico eccitato. Mi diressi su di una strada di montagna poco fuori città, e come si accorse che eravamo soli mi chiese di accostare. spensi la moto, e mi sedetti di fronte a lei. Mentre mi fissava con i suoi grandi occhi mi sbottono i calzoni. ( a letto i bambini!) sorrise (forse perché ero bagnato). Sollevò la sua gonna e mi prese. Si muoveva come solo le mitologiche Gheisce sapevano fare.(non che ne avessi mai conosciute, ma credo che fosse quello cio che erano in grado di fare). Ero seduto più in basso di lei (fortuna di avere una moto custom ), le scoprii il seno e mi esaltai a quella visione. Aveva tatuata una fatina sotto il seno destro gliela baciai. Questo mio gesto la dovette colpire per non so quale motivo perché ristette per un attimo mi sollevo il capo mi bacio con ancora più passione. Si avvicino al mio orecchio con la bocca e mi chiese di chiamare il suo nome, poi con la lingua mi carezzo il viso. Stavo per godere ma mi trattenni lei se ne accorse e si eccito tantissimo. Il suo nome mi uscì dalla bocca contemporaneamente alla sublimazione dei nostri sensi. Jasmine che poesia di donna.




Davide Clemente
biker scrittore e poeta di Melegnano (MI), socio collaboratore di bikers.club.it , ci ha mandato questo racconto di fantasia". Sta pubblicando con l'editrice Montedit un breve romanzo "Pao" di cui potrai i leggere prefazione e incipit

Shock!
Va di merda: ecco cosa pensai uscendo dall’ufficio di Susy. Nessun fattore che alteri questa piattezza, la monotonia dei giorni. Accesi la moto e come sempre una fitta residua di elettricità mi passò attraverso. Era rimasta l’unica cosa ad avere un senso. Quindici anni chiuso in quell’ufficio e all’inizio mi era sembrata addirittura una fortuna, per me che venivo da una bottega di falegnameria. Niente diploma, corsi su corsi per riuscire a scappare dal giro massacrante della manovalanza generica e adesso… La moto partì con un rombo assordante, trattenni i nervi che avevano bisogno di aria veloce per poter essere raffreddati, ma solo fino all’imbocco della tangenziale, poi lasciai che facessero ciò che andava fatto. Misi le due ruote di fianco alla linea bianca e lasciai sfogare il motore. I pensieri si sbriciolarono all’istante, scivolando all’indietro fuori dal casco e disperdendosi nell’aria. Per un attimo mi attraversò la testa l’idea di chiudere gli occhi e lasciare che la questione finisse lì. E’ che avevo voglia di vivere, Cristo! forse solo in un modo diverso, ma vivere. Ciò che stavo portando avanti, era un patetico surrogato dell’esistenza che avevo immaginato da ragazzo. Fu in quel momento che mi venne l’idea, mentre raspavo sul fondo della botte mi venne in mente l’unica cosa possibile da fare. E la feci. Sbucai alla prima uscita e tornai verso casa, avevo bisogno di riflettere con calma.Misi la chiave nella toppa, aprii e per la prima volta, dopo non so più quanti anni, nessuna sensazione di sconforto. Era un segno, doveva esserlo per forza. Feci scendere l’acqua calda nella vasca da bagno, Susy non sarebbe arrivata prima di un’ora e a me occorreva un po’ di pace, non la odiavo in fondo, quello che c’era stato fra noi si era solamente spento in modo del tutto naturale, un po’ come tutto il resto delle cose che avevo attorno. Era stato bello conoscerla, ed era stato anche grazie a lei se mi ero deciso a fare tutti quei corsi, per poter entrare a lavorare nell’ufficio di suo padre e starle vicino. E’ andata come è andata.Quella sera trascorse come tante altre, mangiammo in silenzio guardando uno dei tanti stupidi programmi a premi che danno a quell’ora, guardavo il suo profilo mentre prestava attenzione allo schermo, e la trovai bella. Avrei voluto parlarle, spiegarmi, farle sapere che mi stavo consumando come una candela a forza di giorni sempre uguali e ripetitivi, che ormai anche la nostra storia stava subendo lo stesso inevitabile destino di quasi tutte le altre, che era meglio salvare il salvabile fino a che eravamo ancora in tempo, piuttosto che arrivare a quella fase di intolleranza che porta inevitabilmente all’odio più profondo. Non lo feci, non avrebbe capito comunque. Presi sonno tardi per il nervoso e quando sentii che si stava alzando per il lavoro, dissi che avevo qualche linea di febbre, che sarei rimasto a casa. Negli ultimi tempi si era abituata alle mie febbri occasionali, in qualche modo aveva intuito il mio malessere e lasciava correre. Lo catalogava nella sua anima, fra uno dei tanti taciti accordi che erano maturati col tempo assieme al nostro matrimonio, e che ci aveva consentito di tirare avanti senza quasi mai una lite per tutti quegli anni. Venne a darmi un bacio, poi la porta si chiuse e io iniziai i miei preparativi. Preparai il caffè e tirai fuori lo zaino da viaggio, sistemandoci dentro qualche vestito. Andai in bagno, mi lavai e regolai la barba che avevo iniziato a farmi crescere qualche mese prima. In un attimo fui fuori dalla porta. La moto sembrava al corrente di quanto stava per accadere, era pronta senza nemmeno bisogno di doverla scaldare. Accelerai un paio di volte, tolsi il cavalletto e partii in direzione della banca dove ritirai quasi tutto quello che avevamo, a lei sarebbe restata la casa, la macchina e tutto il resto.Ero pronto, una gioia selvaggia mi assalì non appena iniziai ad allontanarmi dalla città, le case scorrevano veloci di fianco ai miei occhi e c’era il sole. Sapevo che non avrei fatto mai più ritorno, ne ero sicuro. Qualcosa dentro di me era totalmente distaccato, mentre tutto il resto ribolliva con una potenza mai provata prima, dandomi la totale consapevolezza che quello che stava succedendo era l’unica cosa giusta da fare. Lei era ancora giovane e si sarebbe rifatta una vita: con questo pensiero misi a tacere definitivamente i sensi di colpa, mentre mi allontanavo dal mio passato a centosessanta chilometri orari.Imboccai l’autostrada per il mare. Un senso di stupore mi eccitava gli occhi, riempiendoli di ogni fuggevole immagine che veniva proiettata dal paesaggio circostante, come se fosse sparata fuori da un fucile a pompa direttamente nel mio cervello. Bruciai le tappe. Genova mi venne quasi addosso, mentre uscivo dal casello. Mi fermai ad un bar nei pressi del porto per bere una cosa, e venni praticamente adescato da una ragazza giovane, poco meno di vent’anni. Voleva soldi da me, lo sapevamo entrambi, ma lasciai che portasse avanti lo stesso la sua recita di seduzione. Passammo la giornata assieme e mi mostrò diversi posti molto suggestivi, sulle colline che stringevano la città in una morsa stretta fra le loro morbide pendici ed il mare. Un posto in particolare mi lasciò completamente di stucco: si trattava di un’altura alla quale si poteva giungere solo attraverso un ripido pendio sterrato e che terminava su uno strapiombo incredibilmente suggestivo. Fu una guida impeccabile, non c’era posto di cui non conoscesse la storia o qualche aneddoto divertente; la giornata volò e quando il sole scese dietro al mare la portai in un albergo, lo scelse lei e io non ebbi nulla in contrario. Facemmo l’amore in modo furioso, ebbi l’impressione che ne avesse avuto bisogno almeno quanto me, ma forse era solo parte della sua recita. Quando finimmo andò in bagno a darsi una rinfrescata, così disse, ma quando mi alzai cercando di non fare rumore, la vidi che si iniettava eroina dalla porta che aveva lasciata socchiusa. Avrei voluto dirle qualcosa, ma lasciai perdere e tornai in silenzio sotto le coperte addormentandomi di schianto.Al mattino non la trovai nel letto. L’angoscia mi attanagliò lo stomaco immediatamente, come potevo essere stato così ingenuo? Corsi in mutande verso i vestiti, avevo nascosto i soldi in una tasca della cintura che mi ero fatta fare qualche mese prima, da un artigiano vicino casa. Chiaramente non c’era più, aveva preso solo quella lasciandomi il portafogli con dentro perfino qualche soldo. Che carina… Schizzai come un pazzo fuori dall’albergo e la cercai per ore in giro per la città, con la proiezione della sua immagine nella testa, ad immaginarla mentre rovistava fra le mie cose, all’alba, attenta a non farsi sentire. Bastarda. Lo sconforto e la rassegnazione arrivarono insieme al primo pomeriggio e le mie ricerche si fecero sempre meno frettolose, fino a ché mi ritrovai a camminare con lo sguardo sui marciapiedi. Mi immaginai tornare a Milano con la coda tra le gambe, senza più un soldo, a dare spiegazioni confuse. Poi un’altra volta l’anonimato più totale, il nulla, i giorni uguali a desiderare la pensione come il più intenso dei miraggi. Sollevai la testa e corsi fino al parcheggio dove avevo lasciato la moto, accesi e partii. Girai con la test vuota per più di un’ora fino al momento in cui, quasi senza essermene reso conto, mi ritrovai nei pressi del burrone che tanto mi aveva affascinato il giorno prima. Ecco l’ultimo capitolo pensai, con un sorriso amaro nel cervello. Misi il cavalletto e sedetti in terra, non so più quanto tempo trascorse, poi mi persi e mi ritrovai e poi ancora, fino a ché il sole era ormai quasi tramontato del tutto. Il resto fu tutto un susseguirsi di gesti lenti ed accurati: accesi la moto e la lasciai scaldare, la spinsi in dietro per un centinaio di metri e montai. Quando la prima diede il suo schioppo secco, fu come la prima volta… partì e mi accorsi di aver lasciato il casco in terra, questo pensiero mi fece sorridere. Le gomme cominciarono a stridere sul selciato, sparando via i sassolini come proiettili. Tutto era privo di suoni, solo un fruscio veloce come quello del vento, mentre mi staccavo da terra ad accogliere l’abbraccio del sole morente.






Ivana Tomasetti
Scrittrice, è laureata in Pedagogia all'Università di Padova, l'autrice vive e lavora a Lodi. Da sempre si è dedicata all'insegnamento della lingua e della Letteratura Italiana. È moglie di un appassionato biker che accompagna voentieri durante i numerosi viaggi in moto. Il marito si chiama Maurizio Chebat ed è socio del moto club Valentino di Lodi. La prof. Ivana è socia de Il Club degli autori e ha pubblicato con l'editrice Montedit nel febbraio del 2002 il romanzo "Dove cercare l'arcobaleno" di cui puoi leggere prefazione e incipit.

PIPINKI
Non sentivo più l’alluce del piede destro. Leggero panico: sarei riuscita a resistere fino alla meta in quella situazione? Cercai di muovere il dito, ma la scarpa era troppo aderente alla calza di lana e il movimento non mi riuscì; dei piccoli aghi sembravano essere entrati da sotto la pelle. Ero in uno stato di leggera sofferenza. Perché non avevo messo gli stivali da sci? Gli altri miei compagni sembravano resistere al gelo. Pensai che se ci riuscivano loro, allora dovevo farlo anch’io. Sono sempre stata una caparbia. Provai ad attivare leggermente la caviglia e a spostare la pianta del piede: ne ricavai un qualche sollievo. Ma era certo che in sella ad una moto fare ginnastica risultava essere un tantino complicato.Un nevischio gelato ricopriva i campi della pianura, lontana a perdita d’occhio, dentro una nebbiolina sfocata. Il cielo grigio pesava sopra di noi e pareva appoggiarsi sui nostri caschi. La strada era bagnata; in alcuni tratti le ruote facevano sprizzi di acqua gelida sopra le tute antipioggia. Era gennaio.La prima moto che guidava il gruppo si fermò nella piazza del paese. Noi la seguimmo ed accostammo al marciapiede. Altre moto si unirono alle nostre: il ritrovo era al Castello. Passammo rombando sopra il ponte che ricordava antiche lotte feudali e ognuno di noi si dispose lungo i lati del cortile quadrato; intorno le logge alte del vecchio maniero davano testimonianza di antichi splendori.La fermata mi diede sollievo; provai a camminare, tendendo l’alluce e piegandolo ripetutamente: sembrava ritornare in vita. Anche un’altra amica era nelle mie stesse condizioni e ci sentimmo complici. Il freddo era pungente anche da fermi. Fumo bianco usciva dalle nostre bocche. Di solito scendere dalla moto e fare l’atto di svestirsi erano azioni scontate, non così quel giorno.Un prete benedisse le motociclette che ormai erano decine: eleganti Harley Davidson dai tubi luccicanti; qualche Enduro dalla guida alta e sincera, massicce Sportive dal serbatoio bombato e dai colori sgargianti. La nostra era una Honda nerissima. All’improvviso sbucarono come dal nulla ragazze (o ragazzi?) dall’aspetto orrendo, agghindate da Befana. Portavano sulla schiena grandi scialli neri con prominenze gibbose a cui erano fissate scope nuove in saggina dai lunghi manici che si innalzavano sopra le loro ed altrui teste, come bandiere inconfondibili. Nasi adunchi ed arrossati, legati con elastici, davano al viso un’espressione arcigna. Completavano il travestimento gonnellacce larghe e scure ondeggianti nella bruma invernale, dalle quali spuntavano calze lanose con qualche buco indecoroso, e che finivano su scarponi da montagna di lunghezza e grossezza invidiabili.Dopo la breve cerimonia, risalimmo tutti sui nostri mezzi; le Befane calzarono il casco e presero posto sui sedili posteriori, aggrappandosi ai piloti. Passammo sfilando lungo le strada del paese. La gente si fermava e rideva dell’aspetto insolito di quella brigata. Tutti schiamazzavano: motori e clacson a volontà: Giungemmo davanti ad un grande cancello. Dal caseggiato di portineria, uscì una suorina bianca che ci salutò con la mano sorridendo. Il freddo non la disturbava. Azionò l’apertura automatica: “Entrate, entrate! Vi aspettano!” Un grande cortile girava dietro al palazzo bianco di tre piani, che si prolungava sulla sinistra. Tutti entrarono uno dopo l’altro a motori allegri. Sullo spiazzo ognuno parcheggiava in fila all’altro. Mio marito ed io trovammo posto su un lato, in mezzo ai compagni: avevamo anche noi il nostro pacco: “Motoclub X”. Conteneva oggetti di cancelleria, come concordato con le suore in precedenza. Liberammo il capo dai caschi, ma restammo coperti con sciarpe e berretti di lana. Ero impaziente. Chissà cosa avrebbe detto il nostro “Pipinki”? Lo vedemmo in fondo, insieme agli altri, che aspettava tra le sedie a rotelle. Gesticolava, movendosi nel gruppo, le suore cercavano di tenerlo a bada. Riconoscemmo il suo collo taurino, piegato in avanti a tenere basso lo sguardo, gli occhietti chiari, cisposi, che sembravano incapaci di fermarsi ad osservare fino in fondo, i capelli irti come una spazzola ancora da usare. Noi sapevamo che aveva all’incirca la nostra età, ma gli restava impressa nella figura un’aria da ragazzo che noi avevamo perso. Anche lui ci riconobbe e la bocca gli si allargò quasi alle orecchie, mostrando una fila di denti irregolari. Iniziò la sua fatica: “Ciao…Be..llo, be..llo…” Era contento. Gli toccammo le mani sorridendo: “Ciao, Giovanni! Come stai?” Lo portammo a vedere le moto da vicino: voleva toccare il motore, il manubrio, il sedile. Mio marito mise la nostra sul cavalletto centrale per farlo contento. Lo aiutammo a salire, facendo attenzione a non combinare guai. “Brumm, brumm!” Era il suo giorno della Befana. Infine lo convincemmo a scendere per mettersi in posa per la foto di gruppo. Moto, motociclisti, ospiti, suore: tutti in un solo sorridente click. Il freddo ci costrinse ad entrare: suor Anna osservava Giovanni, ma lui non fu cocciuto e ci seguì. Restò con noi mentre gli altri entravano disperdendosi nella grande sala. I pacchi offerti erano posati in un angolo e le sedie erano disposte lungo le pareti per far posto alle carrozzelle. Il nostro amico volle tenere in mano il casco e ci disse: “Prova… prova..!” Gli facemmo provare quello di mio marito, usando un berrettino sottile. Lui si fece vedere dalla suora che si congratulò: “Sembri un motociclista!”Un’altra sorella distribuiva tè o caffè. Conoscemmo altri Bikers come noi e intanto le bevande ci scaldavano. Giovanni ci indicò nuovi compagni, ma non sembrava ambire a dividere con altri la nostra presenza. E poi, come sempre, iniziò a parlare: “Pipinki, domani pipinki!” “Faremo pipinki quando arriva primavera!” rispondevamo. Il ricordo di un pic-nic (pipinki!) che l’anno prima avevamo fatto con lui nel parco dell’Istituto e che aveva incluso anche un giro sulla moto (casco compreso!), era rimasto per lui un ricordo indelebile, tanto da nominarlo sempre, ad ogni nostro successivo incontro. Neppure noi potemmo dimenticare quella giornata speciale.Quando avevo vent’anni mi domandavo come sarei stata a 40 o a 50. Sarei diventata anch’io un’anziana donna dallo sguardo quieto che sa di avere per destino un passo breve incontro alla morte? Mi dicevo: “Devono passare ancora tanti anni!” Era un traguardo lontano: calcolavo il tempo e mettevo in conto il passaggio del secolo: oltre il Duemila. Ci sarei arrivata? Poi il pensiero fluttuava tra gli altri ed era inghiottito dalla vita quotidiana. Arrivò il momento dei bilanci: 40 anni. Che ne era stato dei miei progetti, dei miei sogni, cosa avevo ottenuto dal mio contrattare con la vita? Non tutto si era realizzato, ma nella mia storia ogni esperienza risultava un bagaglio rielaborato e sistemato. Al contrario delle mie aspettative da ventenne, il tempo si era dilatato; finite le preoccupazioni impellenti della prima maturità, si aprivano gli anni della consapevolezza, della necessità di rinnovare la vita nella sua autenticità. Una preparazione alla morte? Dopo aver vissuto una parte di vita, sorgeva il bisogno di ricercare ancora se stessi, quali eravamo, in fondo, sempre stati, ma che le necessità giornaliere avevano fatto dimenticare di essere. Forse era un avvicinarsi all’inizio del cerchio, al punto da cui eravamo partiti, per poi poterlo chiudere con la migliore possibilità di perfezione. Insomma, trovato un equilibrio, sorgeva subito l’idea di cercarne un altro in una prospettiva di ampliamento che poteva includere persone, oggetti, situazioni del tutto nuove ed impreviste. La prima fu senz’altro la scelta della motocicletta. Mio marito mi passò l’entusiasmo gradualmente. L’uso del mezzo a due ruote ci portò in un altro mondo: nuovi amici, nuove esperienze, nuovi significati. Il nostro “Pipinki” ne faceva parte.Fu il momento di ritornare. Salutammo Giovanni che ci mandava baci con la mano, sorridente.Nel viaggio di ritorno non ebbi più freddo.

Tommaso Mangiò

Abita Roè
Volciano, in provincia di Brescia, ha 16 anni, studia al Liceo
Classico di Desenzano del Garda e la sua passione è la motocicletta, in
particolare il mondo luccicante del custom.
Ogni tanto si diverte a scrivere qualcosa...racconti del genere... Adesso ha una shadow 125, ma è solo
l'inizio..............

LIBERO


Sono le sette di sera di una calda giornata di Luglio,
il lago è di uno stupendo blu cobalto, increspato dalle onde e dorato
dove il sole è riflesso sulle acque.
La gente tira un respiro, si rilassa… la temperatura permette una
passeggiata sul lungolago, finalmente il sole cocente ha dato tregua
agli uomini.
Il vento della termica serale muove le fronde degli alberi con
dolcezza e scosta i capelli dal viso come una carezza. Si scorge anche
qualche vela solitaria in lontananza. Qualche turista si affretta a
cercare un ristorante o un albergo per la notte mentre alcuni amici si
sono ritrovati a bere un aperitivo insieme al bar e le coppiette d’
innamorati vanno per negozi. La cittadina lacustre al tramonto sembra
un paesaggio da cartolina.
M qualcosa rompe la calma di quella sera.
Un boato assordante in lontananza che si fa vicino…una moto…una moto
nera e lunghissima…un drago…al suo passaggio i bambini si tappano le
orecchie , i genitori guardano con odio il mostro meccanico…qualche
giovane lo segue con lo sguardo e qualche ragazza fa i commenti sulla
rozza giacca di pelle del biker che lo cavalca.
E’ un attimo, il mostro sparisce, lasciandosi dietro polvere e odore
di benzina…nella cittadina ritorna la calma equalcuno si chiede dove
stesse andando così di fretta quel motociclista, per poi tornare alle
sue occupazioni.
Le ruote corrono veloci sull’asfalto, il motore urla, l’intera belva
vibra. Pulsazioni terribili che sposserebbero subito chi non ha fatto
di questa sensazione la sua ragione di vita…il serbatoio è quasi vuoto,
i chilometri già fpercorsi sono ormai molti, ma il centauro non sembra
avere la minima intenzione di fermarsi.
Dietro gli occhiali da sole, nei suoi occhi c’è il vuoto. Le mani
stringono con forza il manubrio, come se potesse scappare. Un’
espressione indecifrabile dipinta sul volto del biker. I segni della
stanchezza si possono però vedere, notti insonni passate sotto le
stelle, un po’ troppo fumo e birra in corpo, le cicatrici di una vita
vissuta intensamente, senza pensare al domani.
Dove corri? Perché vai così di fretta? È pericoloso lo sai, la strada
è trafficata, non puoi andare forte, ora rilassati e lascia la manopola
del gas… ma niente non ne vuole sapere…Forse vai dalla tua donna? È per
questo che rischi la vita? È da tanto che non la vedi?...No, non è per
questo vero?!?... forse tu non cerchi nulla… tu stai scappando, non è
così? Ho indovinato. Ma dimmi da cosa, forse ti posso aiutare! Dalla
polizia? Da qualcuno che ce l’ha con te?
Dal passato. Da qualcosa che c’è dentro di te.
Hai finalmente capito che hai preso la strada sbagliata. Il tuo
carattere schivo ti ha portato all’isolamento e tu l’hai capito tardi e
sei solo, ora. Nessun amico a cui rivolgerti, nessuna donna nel tuo
letto…nessuno. Ma è tutta colpa tua. Ci sei arrivato alla fine.
Una vita senza senso, la tua. Egoista. Hai buttato al vento mille
occasioni, hai perso chi ti era più caro perché non t’importava di
nulla. Il tuo cuore e dello stesso metallo della tua moto. Forse
l'unica cosa che tu abbia amato in tutta la tua inutile vita! Ma le
persone hanno sentimenti che si possono ferire...quel coso no!
Ma puoi sempre rifarti: ricominciare a vivere. Trasferisciti e inizia
una nuova vita. Tutti possono avere una seconda possibilità. Lascia l’
accelleratore, fermati e rifletti.
Ma la moto corre lungo la strada, sfrecciando tra le auto…
Guarda, guarda che bella serata, fermati e ammira il paesaggio come
facevi una volta, con quell’aria da sognatore con cui conquistavi le
ragazze.
Niente inutile. Le marmitte roventi, le gomme lisce. I pistoni vanno
su e giù ad un ritmo impressionante. Il motore freme, spossato.
Fermati almeno per il tuo ferro; non senti che geme? Almeno per lui
che non ti ha mai abbandonato, che ti ha sempre accompagnato in ogni
avventura.
Ma che… non rallenta.
Una vita passata a seguire un sogno, un ideale, sacrificando per
questo ogni relazione.
Le labbra del biker s’increspano in un lieve sorriso mentre un
pensiero azzittisce la sua coscienza che gli parlava: la consapevolezza
di essere sempre stato libero.
Poi lo schianto.
La fedele moto giace in un ammasso di rottami che prende fuoco. Il
corpo del biker poco distante.
Si sentono le sirene dell'ambulanza che giunge troppo tardi...nessun
tunnel, nessuna luce.
Non gli scorre davanti agli occhi tutta la sua vita.
La vista si annebbia, le forze se ne vanno insieme al suo sangue...
confusione e poi...più nulla.
Il suo ferro lo ha persino accompagnato nel suo ultimo viaggio e lui
era morto come aveva sempre desiderato: col sole in faccia e il vento
tra i capelli. Libero

STORIE, RACCONTI, AVVENTURE, ANEDDOTI Vengono pubblicati su questo sito in collaborazione con Il Club degli autori (club.it/autori) la prima associazione che promuove autori contemporanei, anche esordienti.


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